Il 16 dicembre 2025 la Commissione europea ha messo sul tavolo un pacchetto per l’automotive che, nei fatti, ammorbidisce l’impostazione originaria del 2035.
Il punto chiave: non più -100% di emissioni allo scarico per le auto nuove, ma -90% rispetto al 2021.
Quel 10% residuo verrebbe gestito con:
Tradotto: non è la fine dell’elettrico. È la fine del dogma.
La direzione è una: neutralità tecnologica
La Commissione prova a costruire una nicchia industriale europea sulle piccole BEV, prevedendo:
Obiettivo implicito: non lasciare quel segmento (prezzi e volumi) completamente in mano alla scala asiatica.

Se vuoi capire dove l’UE prova a fare massa critica, guarda qui: flotte aziendali, con target nazionali vincolanti.
Nel pacchetto ci sono due segnali:
Il punto resta la scala: oggi l’Asia corre su un altro piano. O si accelera davvero, o si resta inermi ma virtuosi.
L’errore “a monte” non è l’obiettivo climatico. È averlo venduto come un interruttore: una data e via.

In Europa ci sono Paesi pronti e Paesi meno pronti. In Italia il nodo è spesso infrastruttura + tempi + uso lavorativo dell’auto.
La ricarica può funzionare benissimo per molti. Per altri la questione è operativa: compatibilità con la routine e col lavoro.
La correzione della Commissione è pragmatismo.
Il rischio: che “neutralità tecnologica” diventi il modo elegante per rimandare tutto.
E allora perdi due volte:

Se la regola cambia ogni due anni, il mercato non sceglie: scommette.
E quando la gente deve scommettere su un’auto, non compra.
Bruxelles non ha scoperto l’ibrido: ha riscoperto la realtà. Il 2035 passa dal “tutto o niente” al “quasi”: -90% allo scarico, più una quota residuale gestita con compensazioni e carburanti non alimentari.
Nel frattempo prova a costruire domanda (flotte), filiera (batterie) e una nicchia industriale sulle piccole elettriche europee.
Resta un punto che nessuna direttiva può risolvere da sola: la fiducia. Senza stabilità regolatoria, l’acquisto non è una scelta: è una lotteria.