Suicidio elettrico o auto-sabotaggio europeo?

Ragionevolezza contro illusioni collettive

Non siamo di fronte a un problema tecnico, ma mentale.

L’Italia — e buona parte dell’Europa — ha l’incredibile talento di costruire eccellenze e, contemporaneamente, di sabotarle. È la nostra specialità: trasformare una competenza mondiale in un peso morto.

Marco Tronchetti Provera l’ha detto senza orpelli:

l’elettrico, così come lo stiamo progettando, è “un suicidio quasi perfetto”.

Non perché l’elettrico sia il male.

Non perché l’innovazione vada fermata.

Ma perché stiamo confondendo l’obiettivo con lo strumento.


Che cosa vogliamo davvero? L’auto elettrica o emissioni zero? 

La domanda che nessuno formula è la più semplice:

vogliamo guidare auto elettriche o vogliamo viaggiare senza inquinare?

Non sono la stessa cosa.

La prima è un dogma.

La seconda è un obiettivo.

E, per raggiungere un obiettivo, si fa una cosa molto banale:

si lasciano gli ingegneri liberi di costruire la soluzione migliore, senza imporre una fede ideologica.

L’elettrico oggi ha limiti evidenti:

  • non abbiamo una rete di ricarica capillare;
  • non possiamo fisicamente caricare un’auto in 2–5 minuti su larga scala;
  • dipendiamo dalla tecnologia asiatica, dove la filiera delle batterie è già verticalizzata e inattaccabile;
  • l’energia che usiamo per ricaricare non è nemmeno tutta “pulita”.

E allora?

Dove sarebbe scritto che l’unica via sia questa?


La sindrome dell’auto-sabotaggio

Il guaio non è l’elettrico.

Il guaio è la pretesa di imporlo come unica strada, mentre non siamo in grado di sostenerlo.

È un vecchio vizio europeo:

davanti a una competizione mondiale, invece di puntare sulle nostre forze, decidiamo che la partita è già persa.

E quindi regaliamo il mercato.

Un’auto-sconfitta perfetta.

L’Italia ha una competenza motoristica unica al mondo.

Il termico lo sappiamo fare, l’ibrido lo sappiamo fare, i combustibili alternativi li sappiamo sviluppare.

Ma preferiamo inseguire un modello in cui partiamo ultimi.

È come se la Ferrari decidesse di gareggiare in uno sport inventato dalla concorrenza.

Geniale strategia per arrivare secondi. Sicuri.


Il muro a cui stiamo andando incontro

Tronchetti Provera usa un’immagine chirurgica:

“Andiamo sparati contro il muro.”

Perché il muro c’è davvero:

  • dipendenza energetica;
  • dipendenza tecnologica;
  • dipendenza industriale;
  • volatilità normativa che blocca investimenti e sviluppo.

E tutto questo mentre parlano i numeri:

il mercato elettrico europeo è fragile, costoso, e per molti cittadini inaccessibile.

Il risultato è un paradosso:

si vuole l’auto elettrica per salvare il pianeta… ma si finisce per vendere meno auto e produrre più inquinamento altrove.


La ragionevolezza come unica politica industriale possibile

Il punto non è tornare indietro.

Il punto è non camminare bendati verso il baratro.

Serve una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: ragionevolezza.

  1. Obiettivo: emissioni zero. Non elettrico a tutti i costi.
  2. Tecnologia aperta: elettrico, ibrido, combustione con e-fuel, idrogeno, soluzioni miste.
  3. Rete e infrastrutture reali: non sogni, non slide, non annunci.
  4. Industria protetta da volatilità normativa: i dazi possono piacere o no, ma devono essere chiari e stabili.
  5. Competenza come unico vantaggio competitivo: e questa, in Italia, ancora c’è.


La domanda finale, scomoda ma inevitabile

Perché dobbiamo diventare schiavi dell’elettrico?

Perché rinunciare alle tecnologie che già padroneggiamo?

Perché imporre un modello industriale che ci indebolisce invece di rafforzarci?

La risposta è semplice:

ideologia al posto dell’ingegneria.

E quando la fede entra nel cofano motore, la ragione esce dal parabrezza.


Smettiamo di scegliere il mezzo e scegliamo il fine

L’elettrico è una strada.

Non è la destinazione.

La destinazione è un trasporto pulito, efficiente, accessibile.

Per arrivarci, serve ciò che gli europei hanno smarrito e gli italiani hanno sempre avuto:

la capacità di migliorare la tecnologia, non di sostituirla con un dogma.

Non serve un miracolo.

Serve un atteggiamento:

  • non sabotarsi,
  • non correre verso un muro,
  • non perdere per ideologia ciò che potremmo vincere per competenza.

Il mondo automotive deve ripensarsi.

Ma prima di tutto dobbiamo ripensarci noi.

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