Immagina questa scena

Hai 50 anni, ti sei tolto lo sfizio: coupé di 15 anni, 5.000 cc, 20.000 €, la usi solo nei weekend.

Ti arriva il conto: bollo + superbollo come se fossi uno sceicco che brucia autostrade ogni giorno.

Il tuo vicino ha una utilitaria da 20.000 €, ci fa 25.000 km l’anno.

Intasa strade e parcheggi. Consuma molto di più.

Di superbollo, però, neanche l’ombra.

Benvenuto nel mondo del superbollo.

1. Cos’è davvero il superbollo

Nasce nel 2011, in piena crisi:

“Dobbiamo fare cassa: facciamo pagare i macchinoni, così sembriamo duri con i ricchi.”

Perché non viene tolto?

Perché:

Abolire una tassa “sui macchinoni” fa subito il titolo: “regalo ai ricchi”.

Conviene tenerla in piedi, anche se economicamente ha poco senso.


2. Cosa fanno gli altri Paesi

Quasi nessun Paese tassa i kW nudi e crudi come facciamo noi.

Tassano impatto e valore, non solo la potenza.

L’idea fuori dall’Italia è chiara:

“Colpisco chi compra nuovo, caro e impattante.

Non chi tiene una sportiva vecchia e la usa una volta a settimana.”

Noi invece:


3. Vantaggi: pochi, e più di facciata


3.1 Gettito


3.2 Segnale politico

Permette di dire:

“Non tassiamo solo lavoratori e imprese, facciamo pagare anche chi ha l’auto potente.”

Fine dei vantaggi reali.


4. Svantaggi: qui si comincia a contare davvero


4.1 Mercato distorto

Dopo l’arrivo del superbollo:

Tradotto:

La tassa nata per fare cassa rischia di bruciare più entrate di quante ne porta.

Incasso diretto piccolo, danno indiretto grande.


4.2 Colpisce la potenza, non la realtà

Torniamo all’esempio, ma coi numeri.

Chi viene colpito? A.

Chi impatta di più in un anno? B.

La tassa non guarda:

Punisce il potenziale, non il comportamento reale.


4.3 Segnale pessimo al settore

Messaggio implicito:

“Se compri o tieni un’auto ad alte prestazioni, sei un bersaglio fiscale.”

Effetto:


4.4 Zero legame con strade e ambiente
 

Il superbollo non finanzia direttamente:

Finisce nel calderone generale.

Non compensa l’impatto delle auto.

È solo un gettone in più nella slot machine fiscale.

5. Ha senso tenerlo?

Per fare cassa?

No.

Per l’ambiente?

No.

Per “equità sociale”?

Molto debole.

Non guarda reddito, patrimonio, utilizzo.

È un colpo di mazza, non un bisturi.

 


6. Cosa avrebbe più senso

Un sistema più sensato potrebbe essere:

Oggi il superbollo è questo:

La domanda vera non è:

“Chi ha la macchina potente deve pagare di più, sì o no?”

La domanda vera è:

Vogliamo continuare a tassare la scheda tecnica,

o iniziare a tassare la realtà di come e quanto un’auto viene usata?

Ragionevolezza contro illusioni collettive

Non siamo di fronte a un problema tecnico, ma mentale.

L’Italia — e buona parte dell’Europa — ha l’incredibile talento di costruire eccellenze e, contemporaneamente, di sabotarle. È la nostra specialità: trasformare una competenza mondiale in un peso morto.

Marco Tronchetti Provera l’ha detto senza orpelli:

l’elettrico, così come lo stiamo progettando, è “un suicidio quasi perfetto”.

Non perché l’elettrico sia il male.

Non perché l’innovazione vada fermata.

Ma perché stiamo confondendo l’obiettivo con lo strumento.


Che cosa vogliamo davvero? L’auto elettrica o emissioni zero? 

La domanda che nessuno formula è la più semplice:

vogliamo guidare auto elettriche o vogliamo viaggiare senza inquinare?

Non sono la stessa cosa.

La prima è un dogma.

La seconda è un obiettivo.

E, per raggiungere un obiettivo, si fa una cosa molto banale:

si lasciano gli ingegneri liberi di costruire la soluzione migliore, senza imporre una fede ideologica.

L’elettrico oggi ha limiti evidenti:

E allora?

Dove sarebbe scritto che l’unica via sia questa?


La sindrome dell’auto-sabotaggio

Il guaio non è l’elettrico.

Il guaio è la pretesa di imporlo come unica strada, mentre non siamo in grado di sostenerlo.

È un vecchio vizio europeo:

davanti a una competizione mondiale, invece di puntare sulle nostre forze, decidiamo che la partita è già persa.

E quindi regaliamo il mercato.

Un’auto-sconfitta perfetta.

L’Italia ha una competenza motoristica unica al mondo.

Il termico lo sappiamo fare, l’ibrido lo sappiamo fare, i combustibili alternativi li sappiamo sviluppare.

Ma preferiamo inseguire un modello in cui partiamo ultimi.

È come se la Ferrari decidesse di gareggiare in uno sport inventato dalla concorrenza.

Geniale strategia per arrivare secondi. Sicuri.


Il muro a cui stiamo andando incontro

Tronchetti Provera usa un’immagine chirurgica:

“Andiamo sparati contro il muro.”

Perché il muro c’è davvero:

E tutto questo mentre parlano i numeri:

il mercato elettrico europeo è fragile, costoso, e per molti cittadini inaccessibile.

Il risultato è un paradosso:

si vuole l’auto elettrica per salvare il pianeta… ma si finisce per vendere meno auto e produrre più inquinamento altrove.


La ragionevolezza come unica politica industriale possibile

Il punto non è tornare indietro.

Il punto è non camminare bendati verso il baratro.

Serve una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: ragionevolezza.

  1. Obiettivo: emissioni zero. Non elettrico a tutti i costi.
  2. Tecnologia aperta: elettrico, ibrido, combustione con e-fuel, idrogeno, soluzioni miste.
  3. Rete e infrastrutture reali: non sogni, non slide, non annunci.
  4. Industria protetta da volatilità normativa: i dazi possono piacere o no, ma devono essere chiari e stabili.
  5. Competenza come unico vantaggio competitivo: e questa, in Italia, ancora c’è.


La domanda finale, scomoda ma inevitabile

Perché dobbiamo diventare schiavi dell’elettrico?

Perché rinunciare alle tecnologie che già padroneggiamo?

Perché imporre un modello industriale che ci indebolisce invece di rafforzarci?

La risposta è semplice:

ideologia al posto dell’ingegneria.

E quando la fede entra nel cofano motore, la ragione esce dal parabrezza.


Smettiamo di scegliere il mezzo e scegliamo il fine

L’elettrico è una strada.

Non è la destinazione.

La destinazione è un trasporto pulito, efficiente, accessibile.

Per arrivarci, serve ciò che gli europei hanno smarrito e gli italiani hanno sempre avuto:

la capacità di migliorare la tecnologia, non di sostituirla con un dogma.

Non serve un miracolo.

Serve un atteggiamento:

Il mondo automotive deve ripensarsi.

Ma prima di tutto dobbiamo ripensarci noi.

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