Immagina questa scena
Hai 50 anni, ti sei tolto lo sfizio: coupé di 15 anni, 5.000 cc, 20.000 €, la usi solo nei weekend.
Ti arriva il conto: bollo + superbollo come se fossi uno sceicco che brucia autostrade ogni giorno.
Il tuo vicino ha una utilitaria da 20.000 €, ci fa 25.000 km l’anno.
Intasa strade e parcheggi. Consuma molto di più.
Di superbollo, però, neanche l’ombra.
Benvenuto nel mondo del superbollo.
Nasce nel 2011, in piena crisi:
“Dobbiamo fare cassa: facciamo pagare i macchinoni, così sembriamo duri con i ricchi.”
Perché non viene tolto?
Perché:
Abolire una tassa “sui macchinoni” fa subito il titolo: “regalo ai ricchi”.
Conviene tenerla in piedi, anche se economicamente ha poco senso.
Quasi nessun Paese tassa i kW nudi e crudi come facciamo noi.
Tassano impatto e valore, non solo la potenza.
L’idea fuori dall’Italia è chiara:
“Colpisco chi compra nuovo, caro e impattante.
Non chi tiene una sportiva vecchia e la usa una volta a settimana.”
Noi invece:
Permette di dire:
“Non tassiamo solo lavoratori e imprese, facciamo pagare anche chi ha l’auto potente.”
Fine dei vantaggi reali.

Dopo l’arrivo del superbollo:
Tradotto:
La tassa nata per fare cassa rischia di bruciare più entrate di quante ne porta.
Incasso diretto piccolo, danno indiretto grande.
Torniamo all’esempio, ma coi numeri.
Chi viene colpito? A.
Chi impatta di più in un anno? B.
La tassa non guarda:
Punisce il potenziale, non il comportamento reale.
Messaggio implicito:
“Se compri o tieni un’auto ad alte prestazioni, sei un bersaglio fiscale.”
Effetto:
Il superbollo non finanzia direttamente:
Finisce nel calderone generale.
Non compensa l’impatto delle auto.
È solo un gettone in più nella slot machine fiscale.

No.
No.
Molto debole.
Non guarda reddito, patrimonio, utilizzo.
È un colpo di mazza, non un bisturi.
Un sistema più sensato potrebbe essere:

Oggi il superbollo è questo:
La domanda vera non è:
“Chi ha la macchina potente deve pagare di più, sì o no?”
La domanda vera è:
Vogliamo continuare a tassare la scheda tecnica,
o iniziare a tassare la realtà di come e quanto un’auto viene usata?
Ragionevolezza contro illusioni collettive
Non siamo di fronte a un problema tecnico, ma mentale.
L’Italia — e buona parte dell’Europa — ha l’incredibile talento di costruire eccellenze e, contemporaneamente, di sabotarle. È la nostra specialità: trasformare una competenza mondiale in un peso morto.
Marco Tronchetti Provera l’ha detto senza orpelli:
l’elettrico, così come lo stiamo progettando, è “un suicidio quasi perfetto”.
Non perché l’elettrico sia il male.
Non perché l’innovazione vada fermata.
Ma perché stiamo confondendo l’obiettivo con lo strumento.
La domanda che nessuno formula è la più semplice:
vogliamo guidare auto elettriche o vogliamo viaggiare senza inquinare?
Non sono la stessa cosa.
La prima è un dogma.
La seconda è un obiettivo.
E, per raggiungere un obiettivo, si fa una cosa molto banale:
si lasciano gli ingegneri liberi di costruire la soluzione migliore, senza imporre una fede ideologica.
L’elettrico oggi ha limiti evidenti:
E allora?
Dove sarebbe scritto che l’unica via sia questa?

Il guaio non è l’elettrico.
Il guaio è la pretesa di imporlo come unica strada, mentre non siamo in grado di sostenerlo.
È un vecchio vizio europeo:
davanti a una competizione mondiale, invece di puntare sulle nostre forze, decidiamo che la partita è già persa.
E quindi regaliamo il mercato.
Un’auto-sconfitta perfetta.
L’Italia ha una competenza motoristica unica al mondo.
Il termico lo sappiamo fare, l’ibrido lo sappiamo fare, i combustibili alternativi li sappiamo sviluppare.
Ma preferiamo inseguire un modello in cui partiamo ultimi.
È come se la Ferrari decidesse di gareggiare in uno sport inventato dalla concorrenza.
Geniale strategia per arrivare secondi. Sicuri.
Tronchetti Provera usa un’immagine chirurgica:
“Andiamo sparati contro il muro.”
Perché il muro c’è davvero:
E tutto questo mentre parlano i numeri:
il mercato elettrico europeo è fragile, costoso, e per molti cittadini inaccessibile.
Il risultato è un paradosso:
si vuole l’auto elettrica per salvare il pianeta… ma si finisce per vendere meno auto e produrre più inquinamento altrove.

Il punto non è tornare indietro.
Il punto è non camminare bendati verso il baratro.
Serve una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: ragionevolezza.
Perché dobbiamo diventare schiavi dell’elettrico?
Perché rinunciare alle tecnologie che già padroneggiamo?
Perché imporre un modello industriale che ci indebolisce invece di rafforzarci?
La risposta è semplice:
ideologia al posto dell’ingegneria.
E quando la fede entra nel cofano motore, la ragione esce dal parabrezza.

L’elettrico è una strada.
Non è la destinazione.
La destinazione è un trasporto pulito, efficiente, accessibile.
Per arrivarci, serve ciò che gli europei hanno smarrito e gli italiani hanno sempre avuto:
la capacità di migliorare la tecnologia, non di sostituirla con un dogma.
Non serve un miracolo.
Serve un atteggiamento:
Il mondo automotive deve ripensarsi.
Ma prima di tutto dobbiamo ripensarci noi.