Ragionevolezza contro illusioni collettive
Non siamo di fronte a un problema tecnico, ma mentale.
L’Italia — e buona parte dell’Europa — ha l’incredibile talento di costruire eccellenze e, contemporaneamente, di sabotarle. È la nostra specialità: trasformare una competenza mondiale in un peso morto.
Marco Tronchetti Provera l’ha detto senza orpelli:
l’elettrico, così come lo stiamo progettando, è “un suicidio quasi perfetto”.
Non perché l’elettrico sia il male.
Non perché l’innovazione vada fermata.
Ma perché stiamo confondendo l’obiettivo con lo strumento.
La domanda che nessuno formula è la più semplice:
vogliamo guidare auto elettriche o vogliamo viaggiare senza inquinare?
Non sono la stessa cosa.
La prima è un dogma.
La seconda è un obiettivo.
E, per raggiungere un obiettivo, si fa una cosa molto banale:
si lasciano gli ingegneri liberi di costruire la soluzione migliore, senza imporre una fede ideologica.
L’elettrico oggi ha limiti evidenti:
E allora?
Dove sarebbe scritto che l’unica via sia questa?

Il guaio non è l’elettrico.
Il guaio è la pretesa di imporlo come unica strada, mentre non siamo in grado di sostenerlo.
È un vecchio vizio europeo:
davanti a una competizione mondiale, invece di puntare sulle nostre forze, decidiamo che la partita è già persa.
E quindi regaliamo il mercato.
Un’auto-sconfitta perfetta.
L’Italia ha una competenza motoristica unica al mondo.
Il termico lo sappiamo fare, l’ibrido lo sappiamo fare, i combustibili alternativi li sappiamo sviluppare.
Ma preferiamo inseguire un modello in cui partiamo ultimi.
È come se la Ferrari decidesse di gareggiare in uno sport inventato dalla concorrenza.
Geniale strategia per arrivare secondi. Sicuri.
Tronchetti Provera usa un’immagine chirurgica:
“Andiamo sparati contro il muro.”
Perché il muro c’è davvero:
E tutto questo mentre parlano i numeri:
il mercato elettrico europeo è fragile, costoso, e per molti cittadini inaccessibile.
Il risultato è un paradosso:
si vuole l’auto elettrica per salvare il pianeta… ma si finisce per vendere meno auto e produrre più inquinamento altrove.

Il punto non è tornare indietro.
Il punto è non camminare bendati verso il baratro.
Serve una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: ragionevolezza.
Perché dobbiamo diventare schiavi dell’elettrico?
Perché rinunciare alle tecnologie che già padroneggiamo?
Perché imporre un modello industriale che ci indebolisce invece di rafforzarci?
La risposta è semplice:
ideologia al posto dell’ingegneria.
E quando la fede entra nel cofano motore, la ragione esce dal parabrezza.

L’elettrico è una strada.
Non è la destinazione.
La destinazione è un trasporto pulito, efficiente, accessibile.
Per arrivarci, serve ciò che gli europei hanno smarrito e gli italiani hanno sempre avuto:
la capacità di migliorare la tecnologia, non di sostituirla con un dogma.
Non serve un miracolo.
Serve un atteggiamento:
Il mondo automotive deve ripensarsi.
Ma prima di tutto dobbiamo ripensarci noi.
Neutralità tecnologica, non fanatismo elettrico
Dal 2035, l’Unione Europea vieterà la vendita di auto nuove con motore termico.
Un obiettivo giusto — ridurre le emissioni di CO₂ — ma perseguito nel modo sbagliato: imponendo una sola tecnologia, come se la complessità ambientale potesse essere risolta per decreto.
La neutralità climatica non si ottiene con divieti, ma con libertà di innovazione.
Conta il risultato: emissioni zero, non il metodo.
L’Europa dovrebbe premiare chi inquina meno, non chi sceglie la tecnologia “di moda”.
Imporre l’elettrico come unica via è un errore di metodo.
La transizione ecologica non è una sostituzione forzata: è un percorso di equilibrio tra ambiente, industria e lavoro.
Un veicolo elettrico azzera le emissioni allo scarico, ma non elimina l’inquinamento nel ciclo produttivo.
Batterie, miniere, energia e smaltimento hanno costi ambientali reali.
Chi produce auto lo sa bene: l’impatto non scompare, semplicemente si sposta.

La tecnologia termica non è un residuo del passato.
Con i carburanti sintetici (e-fuel) o i biocarburanti avanzati, può raggiungere un bilancio di emissioni neutro.
Un motore moderno, alimentato con e-fuel certificato e controllato secondo gli standard Euro 7, può avere emissioni complessive simili a un’elettrica, ma con costi inferiori e filiere già pronte.
Non si tratta di difendere la vecchia industria, ma di non spegnere la libertà d’ingegno di chi può trovare soluzioni migliori.
Lo dico da non ingegnere, ma lo immagino da sognatore:
un’auto ibrida plug-in di nuova generazione che diventa una micro-centrale di produzione energetica, capace di ricaricare le proprie batterie oppure ricaricarsi dalla rete della tua abitazione come uno smartphone, e muoversi con consumi quasi nulli.
È la logica dell’autonomia, non della dipendenza.
È l’idea di una mobilità che produce e consuma energia in equilibrio, senza chiedere privilegi né distruggere competenze.

Chi emette meno, chi inquina meno, chi consuma meno deve essere favorito — indipendentemente dal motore che usa.
Il resto è ideologia.
L’Europa che impone una sola tecnologia non è più verde, è meno libera.
È una “dittatura conservatrice” dell’idea distorta che l’elettrico, oggi, sia la soluzione a ogni male.
Ma la realtà è che ogni soluzione ha un costo, e il compito della politica dovrebbe essere quello di bilanciarli, non di nasconderli.

Non servono nuove guerre di religione tra benzina, diesel, gas ed elettricità.
Serve una regola chiara: zero emissioni, qualunque sia la strada per raggiungerle.
E serve equilibrio, fra materie prime, produzione, consumo e smaltimento.
Chi progetta motori, chi costruisce auto, chi lavora nella filiera chiede solo una cosa: poter innovare.
E se l’Europa vuole davvero guidare la sostenibilità, deve tornare a fidarsi della scienza, non degli slogan.



L’innovazione non ha bisogno di ideologia.
Serve libertà di ricerca, neutralità tecnologica e visione industriale.
L’auto del futuro non è solo elettrica: è intelligente, efficiente e libera.